Il posto

Semplicità sublime

Quanto può essere difficile riportare sulla carta l’esistenza intera di una persona? Si deve fare appello alla memoria, scavare nel passato, togliere la polvere dai ricordi, illuminare volti dimenticati, riascoltare voci perdute nel silenzio, rivedere sorrisi, riappropriarsi del lessico di quella persona, delle sue espressioni del volto, del suo modo di camminare, di accarezzare, di sorridere.

Non deve essere facile, tanto più se la persona in questione corrisponde alla figura del padre defunto. Quando si parla del proprio genitore che non c’è più la tentazione di abbandonarsi al patetismo è in perenne agguato. Giusto e normale versare lacrime su quell’assenza, piangere per la mancanza, farsi assalire dai rimorsi e dai sensi di colpa, agognare di tornare indietro per poter rimediare agli errori, dire le parole non dette, dare quell’abbraccio mai dato. Sarebbe facile, ma non è il caso di questo primo romanzo di Annie Ernaux, che, riportando alla luce la figura del padre, mai si lascia andare a quel patetismo a cui accennavo sopra. Una scrittura chiara, piana, che restituisce un ritratto pulito, dolce e amaro allo stesso tempo, del padre. La scrittura ha del miracoloso: evita il sentimento, il lirismo, il compianto, eppure riesce ad essere intima, profonda, diretta, straordinariamente vera.

Lui è nato da una famiglia di modestissime origini contadine, una persona umile, che ha avuto il suo momento di gloria durante la guerra. Con una narrazione fluida e scorrevole si dipana davanti agli occhi del lettore tutta la vita dell’uomo: la guerra, il matrimonio, i lavori, l’apertura del bar-drogheria insieme alla moglie, la perdita della prima figlia, la maturità, la malattia, la morte. Al centro del romanzo è il rapporto implicito della scrittrice col padre: un rapporto d’amore, sì, ma anche di distanze insondabili, date dal divario generazionale, dall’escalation di lei, dalla sua cultura che l’ha posta agli antipodi rispetto al padre contadino. Questo divario è perfettamente messo in luce nell’elegante copertina dell’edizione italiana del libro: lui contadino, in primo piano, a incarnare il mondo della terra e della fatica, lei – la sua ombra appena un po’ più chiara – bimbetta intenta a leggere, calata in quel mondo delle lettere che, inevitabilmente, l’ha resa estranea rispetto alla sua stessa famiglia.

La morte è l’alfa e l’omega di questo romanzo: nelle prime pagine Ernaux già dà spazio ai funerali del padre per poi ripercorrere le fasi della vita del genitore e approdare all’ultimo istante di vita di lui, impaurito e impotente di fronte a qualcosa di troppo più grande. Un romanzo ad anello, dunque, in cui la morte circonda la narrazione – e, in generale, la vita. La vita, dal canto suo, viene celebrata: anche la vita più semplice può assurgere alle glorie della letteratura, essere eternata dall’inchiostro e dalla carta, fungere da exemplum per altri, o semplicemente dilettare il lettore sconosciuto.

Chiunque abbia subito la perdita immensa di una persona cara si ritroverà in queste pagine, sentirà il baratro dell’irrimediabile, soffrirà dignitosamente insieme all’autrice, tratterrà le lacrime, serrerà la mascella per non farsi sfuggire nemmeno un singhiozzo, avvertirà l’ineluttabile della morte e, allo stesso tempo, la grandezza stessa della vita, anche di quella più umile.

 

Titolo: Il posto

Autore: Annie Ernaux

Editore: L’Orma editore

Anno: 2014

Pagine: 120

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